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26/02/2008
postato da metapolitica |
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27/04/2005
Recensione del libro di Noam Chomsky
“Presidente Bush”
(Rizzoli editore)
Uno stato può decidere di tutelare i propri interessi all’estero senza affidarsi alla mediazione delle istituzioni sopranazionali preposte a questo compito, ma intraprendendo azioni, anche violente, unilaterali e in spregio delle norme di diritto internazionale. Tale stato finisce così per rappresentare un elemento di forte instabilità per tutta l’area nella quale si trova ad operare. Se poi ad avere un simile atteggiamento è la nazione più potente del mondo, dotata di un’economia con ramificazioni in ogni settore e in ogni continente, di una tecnologia avanzatissima e di un apparato militare che non teme eguali, allora l’instabilità non può che coinvolgere il mondo intero. Ne è convinto Noam Chomsky, professore di linguistica al Massachusetts Institute of Technology e noto esponente della cultura libertaria americana. L’unilateralismo degli Stati Uniti – scrive l’intellettuale radicale nel suo saggio-intervista dal titolo “Presidente Bush”, edito da Rizzoli – accompagnato da un’aggressività e da un attivismo militare senza precedenti nella storia, “hanno fatto crescere considerevolmente la paura e il disgusto – l’odio, a volte” nei confronti del governo di Washington. L’America dei neconservatori si sente un Impero. E come tale si comporta. La realtà è però più complessa. Se si considera la sola forza militare, allora gli U.S.A. possono effettivamente essere definiti un Impero. “Non vi è mai stato nulla che corrispondesse neppure lontanamente al predominio militare sul mondo detenuto oggi dagli Stati Uniti”, afferma al riguardo l’autore. Ma se si analizza la questione dal punto di vista della forza economica, industriale e finanziaria, allora le cose cambiano. Il sistema americano, infatti, non è il solo esistente. Esso è costretto a fare i conti con un’Europa sempre più forte, con al centro la Germania e la Francia, e con un sistema asiatico, incentrato sulla Cina e sul Giappone, in continua espansione. Questo fatto, seppure reale, è però privo di valore per l’amministrazione statunitense. L’apparato bellico statunitense è talmente vasto, ben equipaggiato, efficiente e quindi potente da non temere rivali. E i falchi di Washington vogliono utilizzare tale strapotere militare per sostenere gli affari americani ovunque nel mondo. Per Chomsky il loro pensiero è chiaro: “Noi abbiamo le armi, faremo quello che ci pare e piace. E se non vi sta bene vi allungheremo un bel ceffone”. Nella loro visione la guerra diventa uno strumento, neppure tanto estremo, per affermare gli interessi nazionali sempre e in ogni luogo. L’approvazione delle Nazioni Unite o di paesi alleati non è indispensabile per agire sullo scacchiere internazionale. Se questa approvazione c’è, bene, altrimenti se ne può fare tranquillamente a meno. E’ questo atteggiamento prepotente e prevaricatorio a preoccupare la gente. La quasi totalità della popolazione del pianeta pensa “che gli Stati Uniti siano la maggiore minaccia per la pace mondiale” e avverte come un pericolo gravissimo per l’equilibrio del pianeta l’intenzione “aperta e manifesta” della dirigenza americana “di dominare il mondo attraverso la forza e assicurarsi che per il futuro non vi sia alcuna possibilità d’opposizione”.
L’11 settembre ha dato l’occasione a Bush e ai suoi consiglieri di mettere in pratica quella che fino a quel momento era solo un’idea che circolava nel ristretto ambiente neoconservatore: salvaguardare e sviluppare a livello planetario gli affari dell’Impero americano, usando “liberamente la forza militare contro ogni potenziale minaccia” alla sua egemonia globale. E così, con la scusa di tutelare la propria sicurezza, Washington ha inviato truppe e armi prima in Afghanistan e poi in Iraq. Se l’intervento armato contro l’oscurantista regime dei taliban a Kabul ha potuto trovare una giustificazione nell’appoggio – campi d’addestramento, finanziamenti, reclutamento - che tale regime forniva ad Osama bin Laden e alla sua organizzazione terroristica al Qaeda, l’attacco contro la spietata ma laica dittatura di Saddam Hussein a Baghdad, che nulla ha avuto a che fare con gli attacchi alle Torri Gemelle, non è stato facile da giustificare agli occhi dell’opinione pubblica americana e mondiale. L’opposizione al conflitto iracheno, imponente e generalizzata, “ha obbligato il governo a ricorrere ad una massiccia campagna propagandistica, con la collaborazione di tutti i media, per convincere un pubblico poco propenso a ritenere l’Iraq una minaccia imminente per gli Stati Uniti e direttamente coinvolto nelle azioni di terrorismo, compresi gli attacchi dell’11 settembre”. Per coprire le vere motivazioni dell’invasione organizzata contro Saddam, vale a dire impossessarsi dei ricchi giacimenti petroliferi iracheni e far affluire nelle casse delle multinazionali a stelle e strisce miliardi e miliardi di dollari derivanti dalla partecipazione alla ricostruzione post bellica dell’Iraq, Bush ha dovuto ricorrere a dosi massicce di “vere e proprie menzogne”. Ma “fare ricorso alle menzogne implica il fatto che, quando poi si viene a conoscenza della verità, la gente prova un grande scetticismo nei confronti” di chi quelle menzogne ha pronunciato. Ed è proprio quello che è capitato al Presidente americano da quando i retroscena del conflitto iracheno sono diventati di pubblico dominio. “Il significato fondamentale della presenza militare statunitense risiede nell’affermazione del controllo degli Stati Uniti sulle riserve energetiche del Medio Oriente, che sono di gran lunga le più significative del mondo, con la prospettiva di diventarlo ancora di più negli anni a venire”.
E la democrazia che l’amministrazione Bush ha dichiarato di voler esportare, dopo l’Afghanistan e l’Iraq, in tutto il Medio Oriente? Non è forse vero che le bombe e le cannonate americane sono servite a distruggere due regimi disumani che altrimenti avrebbero continuato ancora per lunghi anni a seminare la morte fra le rispettive popolazioni? Non è forse vero che grazie ai soldati statunitensi due popoli prima oppressi hanno finalmente potuto imboccare la via che, seppure fra grandi difficoltà, li porterà alla libertà e all’autodeterminazione? La risposta di Chomsky a queste domande è tagliente. Non si tratta che di “retorica meravigliosa”. E’ “più che auspicabile” che nella regione si sviluppino movimenti democratici, ma è anche certo che “se fosse data voce alla popolazione, probabilmente non sarebbe una voce che gli Stati Uniti vorrebbero ascoltare, o che tollererebbero”. Recenti e accurati sondaggi internazionali, infatti, hanno messo in evidenza il fatto che “la maggioranza delle popolazioni – dal Marocco al golfo Persico – desidera una maggiore partecipazione dei religiosi islamici alla politica”, e la quasi totalità è convinta che l’occupazione del suolo iracheno da parte delle truppe americane “sia motivata solo dall’interesse a controllare il flusso petrolifero in Medio Oriente e ad appoggiare l’estensione del potere israeliano”. L’autore, poi, si mostra in disaccordo con quegli analisti che ritengono l’abbattimento della dittatura di Saddam Hussein, la pacificazione e la democratizzazione dell’Iraq utili a rendere più prossimo il raggiungimento della pace fra israeliani e palestinesi. “Dipende - scrive - da che tipo di pace si abbia in mente. Da un certo punto di vista, le conquiste di Hitler in Europa avrebbero potuto portare la pace, proprio com’era suo intento dichiarato. Perfino i regimi più efferati adottano la retorica più enfatica. E le conquiste tedesche avrebbero portato la pace, se i russi non avessero inflitto una pesante sconfitta alle loro armate e gli americani e gli inglesi non fossero intervenuti. Ora gli Stati Uniti si aspettano che questa nuova, imponente dimostrazione di potere porti quel genere di pace prodotto dalla resa”.
Sono anni ormai che Noam Chomsky attraverso libri, articoli e interviste descrive gli U.S.A. come uno Stato terrorista. Le ferme denunce nei confronti dell’arrogante violenza che ha caratterizzato l’operato delle amministrazioni, democratiche e repubblicane, che nei vari decenni si sono succedute a Washington gli hanno procurato l’astio del governo americano, il quale, come ha dichiarato lo stesso Chomsky, “probabilmente” lo fa costantemente sorvegliare dal Dipartimento per la Sicurezza Nazionale. La guerra di Bush e dei falchi neoconservatori contro l’Iraq non ha fatto altro che rafforzare l’autore nelle sue convinzioni. Gli Stati Uniti d’America, scrive senza tanti giri di parole, “utilizzano un certo tipo di terrorismo (…) diretto prevalentemente verso l’esterno. Sono un grande Stato terrorista a livello internazionale”. La gente deve rendersi conto che l’aggressività americana rischia di precipitare il mondo intero nel baratro di un conflitto armato generalizzato e permanente, nel quale tutti si arrogano il diritto di intervenire con la forza, anche preventivamente, contro chiunque rappresenti una minaccia ai propri interessi. La violenza più volte usata dagli U.S.A. nei suoi rapporti con altre nazioni e altri popoli, della quale l’occupazione dell’Iraq non è che l’ultimo esempio in ordine di tempo, anziché favorire la pace e la concordia, ha stimolato “la proliferazione delle armi di distruzione di massa” e ha fomentato il terrorismo. A questa violenza, che rappresenta una grave minaccia per l’intera umanità. ci si deve quindi opporre nettamente e ostinatamente. Senza illudersi che tale opposizione possa essere attuata dall’alto, ad opera, cioè, degli stati, dei governi, dell’O.N.U. “Il punto è – conclude Chomsky – che gli apparati di potere non sono enti morali. Anzi, non si trovano nemmeno entro il dominio della morale. Ne discutono, però non valutano le cose in termini morali”. Solo la popolazione può valutare e agire in termini morali perché solo essa conosce quale è il suo vero bene. Spetta alla gente, dunque, il compito impegnativo ma fondamentale di contrastare la violenza di quelle amministrazioni, negli Stati Uniti d’America come nel resto del mondo, che sacrificano gli interessi dei cittadini a beneficio degli affari delle grandi corporazioni che le sostengono e le finanziano.
Massimo Virgilio
La recensione è stata pubblicata sul N. 269 di DIORAMA, gennaio-febbraio 2005.
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26/04/2005
| L’ascesa pacifica della Cina? |
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di Joseph S. Nye
Credere nell’inevitabilità di un conflitto può trasformarsi in una delle sue principali cause. Sarà così anche per Usa-Europa-Cina?
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Nelle ultima settimane, la Cina ha annunciato un aumento del 12,6% delle sue spese militari di difesa; il direttore della CIA, Porter Gross, ha riportato il peggioramento dell’equilibrio militare nello stretto di Taiwan e il presidente Bush ha chiesto agli europei di non togliere il loro embargo sulla vendita di armi in Cina. Tuttavia, i leader cinesi parlano di “crescita pacifica” della Cina o, più di recente, di “sviluppo pacifico”.
Analisti come John Mearsheimer dell'Università di Chicago hanno dichiarato categoricamente che la Cina non potrà crescere pacificamente e predicono che “gli Stati Uniti e la Cina hanno alte probabilità di confrontarsi in una intensa competizione riguardo alla sicurezza con un considerevole potenziale bellico".
Gli ottimisti sottolineano che la Cina si è impeganta ad avviare politiche di buon vicinato sin dagli anni '90, ha risolto numerose dispute per i propri confini, ha assutno un ruolo rilevante nelle istituzioni internazionali e ha riconosciuto i vantaggi di utilizzare il soft power.
Ma gli scettici replicano che la Cina sta meramente aspettando che sua economia getti le basi per un’egemonia futura.
Chi ha ragione? Non lo sapremo per molto tempo, ma i partecipanti al dibattito dovrebbero ricordare il monito di Tucidide fece più di duemila anni fa dicendo che credere nell’inevitabilità di un conflitto può trasformarsi in una delle sue principali cause.
Entrambe le parti, credendo che la conclusione saràuna guerra con l’altro, organizza dei preparativi militari ragionevoli che l’avversario interpreta come una conferma dei suoi peggiori timori.
Di fatto, l’"ascesa della Cina” è una definizione non appropriata. “Ri-nascita” sarebbe più esatto, vista la sua grandezza e la sua storia, il Regno Centrale è stato per molto rempo la potenza principale nell’est asiatico. Industrialmente ed economicamente, la Cina è stato il leader mondiale (sebbene senza respiro globale) dal 500 al 1500. Solo nell’ultimo millennio è stata surclassata da Europa e Stati Uniti.
L'Asia Development Bank (Banca dello sviluppo asiatico) ha stimanto che nel 1820, all’inizio dell’era industriale, l’Asia rappresentava i tre quinti della produzione mondiale. Verso il 1940, questa si è ridotta a un quinto, nonostante il fatto che l’Asia rappresntasse i tre quinti della popolazione mondiale. La rapida crescita economica ha portato la produzione di nuovo ai due quinti del totale mondiale e la banca ipotizza che l’Asia potrà ritornare ai suo livelli storici entro il 2025.
L’Asia, naturalmente, include il Giappone, l’India, la Corea e altri stati, ma la Cina svolgerà il ruolo molto più importante. I suoi alti tassi di crescita annuali dell' 8-9 % hanno portato a una triplicazione del suo PIL nelle ultime due decadi del XX secolo.
Tuttavia, la Cina ha un lungo cammino davanti a sé e dovrà affrontare molti ostacoli. L’economia degli Stati Uniti è, per grandezza, approssimativamente il doppio di quella della Cina. Se l'economia americana cresce solo di un 2% all’anno e quella cinese di circa il 6% potrebbero arrivare alla parità in qualsiasi momento a partire dal 2025, anche se non sarebbero uguali per composizione e sofisticazione.
La Cina avrà ancora un enorme settore rurtale sottosviluppato e non uguaglierà le entrate pro capite degli Stati Uniti almeno fino al 2075 (dipende dai paramentri di comparazione). La Cina è ben lontana dallo sfidare direttamente la superpotenza americana come fece la Germania del Kaiser sigificò quando sorpassò l’Inghilterra nei due anni anteriori alla Prima Guerra Mondale.
Inoltre, le semplici proiezioni di crescita economica possono essere ingannevoli. I paesi tendono a beneficiare delle tecnologie importate nelle prime tappe del loro dispiego economico e i tassi di crescita generalmente rallentano quando le economie raggiungono livelli più alti di sviluppo. In aggiunta, l’economia cinese soffre di imprese statail inefficienti, di un sistema finanziario instabile e di infrastrutture indaguate.
Nello stesso tempo, i politici si ingeniano per confondere le prioezioni economiche. La creazione dello stato di diritto e delle istituzioni per la partecipazione politica è regredita rispetto alla crescita economica; e la crescente disuguaglianza, la migrazione interna massiccia, una rete di sicurezza sociale inadeguata e la corruzione possono fomentare l’instabilità politica. In effetti, alcuni osservatori temono una instabilità provocata da una Cina debole e non una Cina "in ascesa".
Mentre l’economia della Cina cresce, è probabile che il suo potere militare aumenti, e questo farà sì che la Cina appaia più pericolosa agli stati confinati e che compricherà le relazioni degli Stati Uniti in Asia.
Uno studio della RAND prevede che per il 2015 la spese militare cinesi saranno sei volte quelle del Giapppoine e il suo capitale militare accumulato sarà approssimativamente cinque volte più alto (a parità di potere d’acquisto).
Qualunque sia la precisione di tali valutazioni sulla crescita militare cinese, il risultato dipenderà anche da quello che faranno gli Stati Uniti e gli altri paesi. La chiave del potere militare nell’era dell’informazione dipende della capacità di accumulare, processare, disseminare e far interagire sistemi complessi di vigilanza nello spazio, computerad alta velocità e armi “intelligenti”. La Cina e gli altri paesi svilupperanno alcune di queste capacità ma, secondo molti analisti militari, è improprobabile che la Cina chiuda subito la breccia con gli Stati Uniti.
L’incapacità della Cina di competere con gli Usa a livello globale non significa che non potrà sfidare gli USa nell’est asiatico o che la guerra per Taiwan sia inverosimile. I paesi deboli a volte attaccano quando si sentono messi all'angolo come fece il Giappone a Pearl Harbor o la Cina quando entrò in guerra con la Corea nel 1950.
Se, per esempio, Taiwan dichirasse la sue indipendenza, la Cina probabilmente interverrebbe con le forze armate senza considerare il costo economico o militare percepito. Ma sarebbe poco probabile che vincesse e una politica prudente da parte di entrambi potrebbe rendere questa guerra improbabile.
Gli usa e la Cina non hanno bisogno di entrare in guerra. Non tutte la potenze emergenti intraprendono una guerra - e un esempio è stato il sorpasso americano dell'Inghilterra alla fine del XIX secolo. Se l’ascesa della Cina si mantiene pacifica, promette grandi benefici al suo stesso popolo, ai suoi vicini e anche agli americani.
Ma, ricordando il consiglio di Tucidide, sarà importante non confondere le teorie degli analisti con la realtà e continuare a segnalarlo ai leader e ai popoli.
Joseph S. Nye, ex segretario aggiunto alla Difesa degli Stati Uniti è professore nell’università di Harvard e autore di Soft Power. Un nuovo futuro per l'America (Einaudi, 2005)
Fonte: http://www.project-syndicate.org/commentaries/commentary_text.php4?id=1898&lang=1&m=series
Traduzione a cura di Nuovi Mondi Media
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15/04/2005
Finché la barca va...
I risultati delle elezioni regionali 2005, estremamente negativi, hanno aperto numerose falle nello scafo della barca sulla quale navigano i partiti che compongono la Casa delle Libertà. Questi, anziché darsi da fare e coordinarsi per ostruire nel più breve tempo possibile le pericolose falle, si accapigliano e litigano su chi debba tenere il timone della nave e guidarne la rotta. E così lo scafo imbarca sempre più acqua, rischiando di colare a picco da un momento all'altro. La Casa delle Libertà avrebbe dovuto cogliere questa occasione, seppure infausta, per dimostrare ai cittadini italiani che ciò che tiene unite formazioni politiche così differenti fra loro non è la brama di potere, né la sete di comando, ma il desiderio di realizzare nel migliore dei modi possibile il bene comune. Così non è stato. Peggio per coloro che si sono imbarcati in questa avventura ! E per chi ha riposto in loro la propria fiducia.
Massimo Virgilio
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14/04/2005
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Dopo la farsa irachena.
L'autentica realtà di un paese in rivolta.
Gianfranco Coggi
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I risultati delle elezioni
Il 30 e il 31 gennaio scorso si sono svolte in Iraq le elezioni imposte dall’Amministrazione Bush per una Assemblea Costituente. “In queste elezioni il popolo irakeno ha preso il controllo del destino del proprio paese e ha scelto un futuro di libertà e di pace”: così ha trionfalmente commentato George Bush. Negli USA e negli altri paesi che hanno inviato soldati in Iraq, i giornali più prestigiosi gli hanno prontamente fatto eco, dichiarando che la guerra contro Saddam e la presenza delle truppe straniere avevano permesso ad un popolo oppresso di ritrovare il proprio destino.
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Una grande esultanza, dunque. Come se tale evento avesse potuto fare tabula rasa di ciò che è accaduto nel paese negli ultimi 20 mesi e addirittura di ignorare che il processo elettorale era stato il risultato finale di una guerra di aggressione e di una occupazione illegale. Poco importa se le elezioni si sono svolte in un paese occupato da 200.000 soldati stranieri e in stato di guerra, senza che alcun candidato abbia potuto fare una campagna elettorale degna di questo nome, con i mezzi di comunicazione controllati dalle forze di invasione. E soprattutto senza tenere conto di una circostanza fondamentale: ossia, che un paese occupato da truppe straniere non è in grado di esercitare liberamente il proprio diritto all’autodeterminazione. Dunque, come vi si possono svolgere “libere” elezioni?
Il mondo intero ha dovuto aspettare fino al 13 febbraio per conoscere i risultati forniti dalla Giunta Elettorale. Il numero ufficiale dei partecipanti è stato di 8.456.266 votanti, pari al 57% dei circa 14,7 milioni di cittadini irakeni iscritti nelle liste elettorali, su circa 20 milioni di potenziali aventi diritto al voto. Se solo il 70% della popolazione avente diritto è risultata iscritta nelle liste elettorali, ne consegue, quindi, che la partecipazione “reale” alle elezioni è stata di circa il 42%, come del resto ha ammesso anche la rivista on line Debka, vicina ai servizi segreti israeliani. La coalizione sciita (che peraltro comprende anche formazioni di altre comunità e confessioni), riunita intorno alla figura del grande ayatollah Sistani e denominata Alleanza Unita Irakena, ha ottenuto il 47,6% dei voti, di cui il 60% a Baghdad (dove ha votato il 51% degli iscritti), ed il resto nelle province meridionali del paese, dove il livello medio di partecipazione è stato del 72%.
L’altra grande coalizione, l’Alleanza Curda, formata dall’Unione Patriottica del Kurdistan e dal Partito Democratico del Kurdistan, ha ottenuto il 25,4% dei voti. Al terzo posto è risultata la Lista Irakena dell’attuale primo ministro Allawi, con il 13,6% dei voti. Al quarto posto la lista capeggiata dall’attuale presidente interino del paese, Ghazi al-Yawar, sunnita, che ha raccolto i propri voti nelle province centrali del paese, dove vi è stata una partecipazione particolarmente bassa, dal 2% di Falluja al 29% di altre località. Saranno poi presenti nell’Assemblea Costituente altre 7 formazioni minori, tra cui quella del Partito Comunista e quella dei seguaci di Moqtada al-Sadr.
Con la sola lodevole eccezione di alcuni mezzi di informazione alternativi (antiwar.com, zmag.org, media-channel.org, democracynow.org, prwatch.org, commondreams.org, nodo50.org, New Yorker, mundo arabe, rebelion.org, tra i principali) i grandi mezzi di comunicazione nordamericani ed europei hanno assecondato la strategia di disinformazione della Casa Bianca. Ma “i fatti hanno la testa dura”: il livello della partecipazione elettorale, i risultati finali di queste elezioni e, soprattutto, le contraddizioni che esse aprono, sembrano piuttosto indicare che esse non sono servite a dare una soluzione alla situazione di grande difficoltà, in cui si trovano oggi le potenze occupanti ed i loro compiacenti sostenitori irakeni.
La situazione attuale dell’Iraq
“L’invasione ha rappresentato la guerra degli Stati Uniti contro l’Iraq. Oggi assistiamo alla guerra dell’Iraq contro gli americani”, con queste parole ha evidenziato la situazione attuale del paese Dahr Jamail, un giornalista americano di genitori irakeni, originario di Anchorage, Alaska, che da circa 10 mesi opera all’interno dell’Iraq occupato. I suoi articoli sono pubblicati nel sito internet del quotidiano progressista The New Standard di New York, del quale è corrispondente a Baghdad. Dahr Jamail lavora anche per altri giornali e cura un sito ( HYPERLINK "http://www.dahrjamiliraq.com" www.dahrjamiliraq.com), nel quale è possibile trovare anche una serie di fotografie che documentano le atrocità compiute dalle forze di occupazione ai danni della popolazione irakena.
Nel marzo 2003 le truppe degli Stati Uniti, della Gran Bretagna e dei loro alleati avevano infatti iniziato la guerra per l’occupazione militare e politica dell’Iraq, conseguendo una rapida vittoria militare contro l’esercito irakeno. In brevissimo tempo erano riusciti a rovesciare Saddam Hussein e ad insediare nel paese un regime neocoloniale attraverso un governo fantoccio diretto dal primo ministro Allawi. Il trionfo di quel sistema che Carlos Fuentes ha definito “petropotere” sembrava ormai inevitabilmente assicurato.
Ma, come spiegava il poeta cubano José Martì, “in politica, la realtà non è ciò che si vede”. La cronaca quotidiana dell’Iraq ci consegna piuttosto la situazione di un paese in cui – a distanza di due anni - l’aggressione imperialista è in seria difficoltà. Contro di essa infatti si è scatenata una tenace opposizione da parte del popolo irakeno. L’esercito più poderoso del mondo, dotato della tecnologia militare più avanzata e di mezzi di distruzione ineguagliabili, per giunta privo di qualsiasi scrupolo morale o “umanitario” (come drammaticamente hanno dimostrato le vicende delle torture ai prigionieri irakeni), non riesce a controllare un paese dove tutte le infrastrutture sono state rase al suolo e con una popolazione ridotta allo stremo.
Ma il fallimento dell’occupazione militare si rivela non solo sul piano interno, ma anche su quello che potremmo definire mondiale. Contro l’aggressione imperialista si è infatti sviluppato in tutti i paesi del mondo uno straordinario movimento di opinione senza precedenti nella storia dell’umanità. Attraverso i fori sociali mondiali, i movimenti antiglobalizzazione e l’iniziativa delle organizzazioni progressiste tradizionali si è costituito un vero e proprio movimento internazionale, che è anche riuscito ad ottenere alcuni significativi, anche se parziali successi, come dimostrano il ritiro dei contingenti militari della Spagna, delle Filippine, della Polonia e del Portogallo (l’Olanda ha appena iniziato il ritiro dei suoi 1.400 soldati e l’Ucraina lo ha annunciato dal prossimo ottobre).
Anche nei giorni scorsi il movimento contro la guerra si è fatto sentire in tutto il mondo. Come deliberato dal Forum di Porto Alegre, il 19 e il 20 marzo – in occasione del secondo anniversario dell’invasione dell’Iraq – si è svolta una giornata mondiale di mobilitazioni, con la richiesta del ritiro immediato delle truppe di occupazione. Ad essa hanno partecipato sia le forze che sostengono posizioni pacifiste “pure”, sia quelle che propendono per una soluzione concordata (posizione particolarmente diffusa in ampi settori della sinistra europea), sia quelle che “senza se e senza ma” sostengono apertamente la resistenza irakena. In tantissime capitali si sono svolte manifestazioni, la più imponente delle quali è stata quella di Londra, dove hanno sfilato circa 200 mila persone. Anche in Italia vi è stata una nutrita partecipazione alle manifestazioni organizzate in varie città, a partire da quella di Roma, dove hanno sfilato circa 50.000 persone.
Dahr Jamail ci racconta come è cambiata la percezione della situazione politica del proprio paese da parte dei cittadini irakeni nel corso dei due anni di occupazione militare:
“La maggior parte degli irakeni aveva appoggiato il rovesciamento di Saddam Hussein. Ma questo appoggio è cominciato a svanire rapidamente con l’occupazione mano a mano che la gente iniziava a vedere membri della propria famiglia morti, detenuti, torturati e umiliati dalle truppe di occupazione.
Dopo è venuto Abu Ghraib. E’ difficile riuscire a descrivere adeguatamente fino a che punto quegli avvenimenti hanno pregiudicato la credibilità degli USA in Iraq e in tutto il Medio Oriente. A ciò si è aggiunto l’assedio di Falluja del mese di aprile 2004, la ricostruzione praticamente inesistente, l’importazione di lavoratori stranieri per effettuare lavori per i quali gli irakeni sono molto più dotati, l’installazione di un governo provvisorio illegale.
Qualsiasi credibilità abbiano potuto avere gli occupanti – e dubito assai che ne abbiano avuta in qualche momento – l’hanno persa dopo la distruzione di Falluja. Gli irakeni con i quali parlo sono furiosi contro il governo americano. Anche se sono consapevoli che probabilmente la maggior parte del popolo americano si oppone al regime di Bush, credono che il governo americano e coloro che lo appoggiano siano colpevoli di crimini di guerra della peggior specie. Ciò che vedo qui tutti i giorni è rabbia, dolore e ansia di vendetta.
Odiano Allawi… Sono perfettamente consapevoli che Allawi è un esiliato, che è stato per molto tempo, per troppo tempo, legato alla CIA e ai servizi segreti inglesi. Lui e gli altri membri del governo provvisorio sono considerati dei banditi, usurpatori e servi degli americani. Li odiano a morte, poiché sanno che non sono qui per fare gli interessi del popolo irakeno…
Le “forze dell’ordine” irakene, vale a dire la polizia e la guardia nazionale, sono considerate dalla maggior parte della popolazione come spie dell’esercito statunitense. La maggior parte degli irakeni li considerano come spie e traditori. Anche se la gente comprende che molti tra coloro che fanno parte di tali forze si sono arruolati per pura disperazione, a causa della penuria di posti di lavoro, tuttavia continuano ad odiarli nella stessa misura in cui odiano le truppe di occupazione straniere. Non aiuta molto a migliorare la propria immagine il fatto che molti agenti della polizia irakena sono compromessi col crimine organizzato.”
Un paese in rivolta
Nel settembre 2004, il portavoce ufficiale della Casa Bianca, Scott Mc Clellan, aveva annunciato che 997 militari americani erano morti in Iraq, dopo 18 mesi dall’inizio dell’occupazione militare del paese avvenuta nel marzo 2003.
In base a stime effettuate dall’agenzia Associated Press, attualmente il numero dei soldati USA che hanno perso la vita in Iraq si avvicina a circa 1.500, e 10.000 sono quelli rimasti feriti. Ciò significa che solo negli ultimi 5 mesi, gli USA hanno perso 500 soldati, la metà circa di quelli caduti durante i primi 18 mesi di occupazione militare. Solo nel mese di gennaio 2005, secondo fonti giornalistiche, sono morti circa 106 soldati USA e circa 300 collaborazionisti irakeni (tra poliziotti e soldati). Il Pentagono ha inoltre ammesso che circa 5.500 soldati americani hanno disertato, anche se le organizzazioni dei familiari hanno dichiarato che la cifra reale è probabilmente assai maggiore.
Il comando militare americano ha riconosciuto che un quarto delle perdite di soldati USA è dovuto ad attacchi ai veicoli da combattimento Humvees, secondo un’informativa rilasciata da Al Jazeera.
Un documento elaborato nello scorso mese di ottobre da parte di una commissione strategica del Pentagono aveva chiaramente riconosciuto che la guerra in Iraq era ormai persa: tale rapporto è stato in pratica “occultato” dai mezzi di informazione più importanti degli USA, poiché avrebbe creato seri problemi al governo Bush durante la campagna elettorale.
Ai primi di marzo il Washington Post ha rivelato che l’offensiva dei ribelli contro le truppe di occupazione e i loro collaborazionisti, dopo le elezioni di fine gennaio, faceva segnare una media di circa 60 attacchi al giorno, per non parlare delle vere e proprie insurrezioni militari, come quelle di Falluja e di Nadjaf.
Alle azioni militari dirette contro i soldati americani e le loro infrastrutture va aggiunto che ormai la guerriglia sta portando a termine un piano sistematico di attentati e di sabotaggi contro l’industria petrolifera irakena, che provoca una considerevole interruzione nelle forniture di petrolio, di acqua e di elettricità. Il New York Times in un servizio del 20 febbraio scorso, cita gli esperti del Institute for analisis oh the global security, secondo i quali gli attacchi contro l’industria petrolifera vengono effettuati in modo sistematico e coordinato e sono stati intensificati nelle ultime settimane, colpendo non solo oleodotti e raffinerie, ma anche centrali elettriche e infrastrutture per la fornitura dell’acqua. Nell’anno 2004 vi sono stati – secondo tali esperti – 246 attacchi contro le infrastrutture dell’industria petrolifera, con una media di uno ogni un giorno e mezzo. Nei primi mesi del 2005 tali attacchi si susseguono ad un ritmo di 2,5 alla settimana.
Questi numeri non possono essere spiegati semplicemente facendo ricorso a presunti tentativi di ex sostenitori del regime di Saddam di ritornare al potere né alle cospirazioni di gruppi terroristi stranieri. Essi rivelano al contrario, più di qualsiasi analisi, la presenza in quel paese di una ampia azione di contrasto contro l’occupazione, che si manifesta con una effettiva capacità militare e che conta un forte sostegno da parte del popolo irakeno.
La situazione attuale dell’Iraq sembra dunque quella di un paese dove è in atto una lotta di resistenza, che coinvolge una gran parte del suo popolo, contro una potenza imperialista occupante. Una resistenza del tutto simile a quella promossa a suo tempo dal popolo algerino contro la Francia negli anni ’50 o a quella della Cina contro il Giappone negli anni ’30. E questa lotta si sviluppa nel contesto internazionale di una coscienza di massa – particolarmente avanzata peraltro proprio negli stessi paesi, come l’Italia, che con le loro truppe partecipano direttamente all’aggressione – che non si è lasciata ingannare dalle menzogne sulla guerra preventiva né dalle campagne di disinformazione.
Non vi è dubbio che in Iraq viene compiuta quotidianamente anche una serie di atti ascrivibili, nelle loro finalità e nei metodi, a gesti di vero e proprio terrorismo, se non addirittura di pura e semplice criminalità. Tra essi i più eclatanti sono stati di recente i frequenti rapimenti e la decapitazione di personale dipendente da aziende straniere, ma anche il sequestro di volontari e di giornalisti stranieri (magari collaboratori di giornali di sinistra e contrari alla guerra), oltre a un gran numero di attentati contro la popolazione civile. Spesso queste azioni vengono attribuite all’organizzazione terroristica capeggiata da Al-Zarqawi (presumibilmente legata a quella di Al Qaeda di Bin Laden), della quale, sempre ammesso che esista, poco o quasi nulla si sa. E’ pressoché impossibile capire se dietro quella che appare come una vera e propria “strategia del terrore” vi sia un livello, più o meno occulto, di direzione. Sembra però evidente che tutta questa serie di attentati ha un effetto preciso: alimentare, innanzitutto, la spirale della paura all’interno del paese e creare divisioni tra la popolazione sciita e quella sunnita; ma soprattutto, a livello di pubblica opinione sul piano internazionale, quello di screditare l’insorgenza in atto nel paese contro l’occupazione arbitraria ed il saccheggio delle sue ricchezze. A questo proposito sostiene Dahr Jamail:
“Gli irakeni sono sbigottiti e indignati dalle decapitazioni e dai sequestri di persone come Margareth Hassan. Molti di loro sono convinti che si sia trattato di un complotto della CIA e del Mossad avente la finalità di indurre le organizzazioni umanitarie e i giornalisti ad andarsene e quindi a lasciare via libera ai militari e alle imprese di continuare nella loro opera di smantellamento e di svendita del paese.”
La resistenza irakena
Subito dopo le elezioni presidenziali, gli alti comandi militari americani indicavano alla catena CNN che il Pentagono aveva aumentato ad una cifra compresa tra 13.000 e 17.000 il numero ufficiale degli appartenenti alla resistenza irakena, nella maggior parte, secondo tali informazioni, militanti o quadri militari dell’ex partito baasista di Saddam. Si tratterebbe di un settore rilevante, composto principalmente da ex ufficiali dell’esercito irakeno, in maggioranza sunniti, che dopo l’invasione sono passati alla clandestinità.
Ma circa un anno fa il quotidiano Philadelphia Inquirer aveva divulgato un rapporto della CIA, dove si parlava di una situazione molto più grave: i combattenti irakeni sarebbero - secondo tale fonte - circa 50.000 e con un gran numero di armi. Questa cifra coincide con le informative dei servizi segreti di altri paesi occidentali, secondo le quali la resistenza conterebbe invece da circa 40.000 a 60.000 combattenti, oltre al sostegno massiccio della maggioranza della popolazione irakena. Nella stessa intervista Dahr Jamail rileva:
“la maggioranza degli irakeni considera i membri della Resistenza come dei ‘patrioti’ e dei ‘combattenti per la libertà’. Secondo una stima assai prudente, la resistenza irakena riceve oggi il sostegno di almeno l’80% della popolazione.”
Si tratterebbe di ulteriori settori, organizzati da movimenti religiosi o di natura politica, ma che comprenderebbero al proprio interno anche molte persone che hanno deciso di intraprendere la strada della lotta dopo l’occupazione militare del paese:
“La resistenza è composta principalmente da gente che si limita a resistere alla occupazione del proprio paese da parte di una potenza straniera. E’ gente nelle cui famiglie vi sono state persone morte, detenute, torturate e umiliate dalle truppe di occupazione illegali di questo sventurato paese… In realtà si tratta di una reazione difensiva contro gli occupanti che, man mano che l’occupazione si prolunga, sta passando progressivamente alla offensiva.”
Gahzwan Al-Mukhtar è un attivista contro la guerra che vive a Baghdad e che ha descritto le conseguenze della guerra sull’economia del suo paese in un intervista pubblicata nel numero di marzo della rivista DemocracyRising.US. Egli dice chiaramente che oggi per la gente la situazione è molto peggiorata in Iraq: sia dal punto di vista economico che politico oggi gli irakeni si sentono meno sicuri e meno protetti.
Nella vita quotidiana persiste la penuria di alimenti; l’elettricità, ivi compreso a Baghdad, viene fornita solo per due ore al giorno, e non tutti i giorni; il prezzo della benzina è raddoppiato e ci sono file in attesa delle scarse forniture; il sistema dei servizi sanitari e le fognature non funzionano; la maggior parte delle infrastrutture sono state distrutte a seguito dell’invasione e non vengono riparate. La disoccupazione è aumentata al 60% e gli irakeni sono costretti a osservare i contrattisti statunitensi che fanno lavori che potrebbero fare loro stessi. L’industria petrolifera è stata privatizzata ad opera del governo fantoccio e con i decreti di Paul Bremer le multinazionali USA si sono impadronite dei settori chiave dell’economia irakena.
Mentre gli strateghi della politica statunitense sostengono che il ritiro delle truppe dall’Iraq avrebbe l’effetto di scatenare una guerra civile aperta tra le opposte fazioni del popolo irakeno (sciiti e sunniti) e tra esse e i curdi del nord, l’iniziativa concreta dei diversi gruppi della resistenza sembra invece indicare una prospettiva diversa. Nell’intervista rilasciata a Charles Shaw il 23 dicembre scorso, Dahr Jamail mette piuttosto in evidenza la circostanza che l’azione dei diversi gruppi inizia a unificarsi e ad evolvere verso una direzione centralizzata, o quantomeno verso forme di collaborazione tra le diverse componenti:
“Durante l’assedio di Nadjaf le moschee sunnite hanno organizzato colette di alimenti, e vi sono stati anche combattenti della resistenza di Falluja che hanno fornito armi e munizioni all’esercito del Mahdì a Najaf. Nel corso dell’assedio di Falluja dello scorso mese di aprile gli sciiti hanno contribuito decisivamente a fornire aiuti e hanno anche partecipato ad una iniziativa pacifica che è riuscita a ottenere che un certo numero di aiuti potessero passare attraverso un cordone statunitense e arrivare fino a Falluja. La frattura tra sciiti e sunniti è in gran misura un mito fabbricato dalla CIA. In realtà vi sono numerosissime tribù e matrimoni misti tra sciiti e sunniti. Vi sono anche alcune moschee nelle quali essi pregano insieme. Ricorda il proverbio arabo: ‘Io, contro mio fratello. Io e mio fratello, contro mio cugino. Io, mio fratello e mio cugino contro lo straniero’”
Come ha scritto su Liberazione del 16 marzo scorso Walden Bello, la verità è che di fronte alla resistenza militare crescente del popolo irakeno, “gli USA stanno perdendo la guerra in Iraq, sia politicamente, sia militarmente”.
La “sindrome del Vietnam”
A parlare tra i primi di “sindrome del Vietnam”, è stato, autorevolmente, negli Stati Uniti il senatore democratico Edward Kennedy, il quale già nell’autunno scorso aveva avvertito il presidente Bush che l’impantanamento delle truppe americane in Iraq stava producendo un fenomeno analogo a quello prodotto nella seconda metà degli anni ’60 dalla guerra nel sudest asiatico.
L’espressione “sindrome del Vietnam” allude direttamente alla profonda lacerazione impressa nell’animo del popolo americano per effetto della grande sconfitta subita dall’esercito degli Stati Uniti, in quella che è stata una delle guerre più sanguinose condotte dall’imperialismo statunitense. Quella sconfitta è stata la risultante di alcuni fattori che hanno agito contemporaneamente: la resistenza eroica del popolo vietnamita con una guerriglia di massa in grado di infliggere continui colpi all’esercito più potente del mondo; l’appoggio e la solidarietà nei confronti dei combattenti vietnamiti da parte del movimento pacifista a livello mondiale; il rifiuto dilagante della guerra, anche all’interno degli USA, di fronte all’aumento crescente delle perdite di vite umane; e, infine, il costo sempre più elevato della guerra per l’economia americana. Tutti questi fattori sembrano presenti – a veder bene - nella situazione attuale della guerra in Iraq.
Continua nell’analisi citata sopra Walden Bello:
“Anche i 135.000 soldati americani cominciano ad essere troppo pochi e incapaci di arginare la vorticosa crescita dell’insurrezione a opera dei guerriglieri. Secondo le stime realizzate da molti esperti militari, il numero minimo di soldati necessari a combattere contro la guerriglia fino ad arrestarla varia tra 200.000 e un milione. E’ impossibile raggiungere questi numeri senza provocare massicci fenomeni di protesta civile negli Stati Uniti, dove la maggioranza della popolazione ormai non vede alcuna giustificazione per l’intervento militare. Certo, Bush ha vinto le elezioni, ma non per l’appoggio della popolazione alla guerra, e lo stesso presidente ne è consapevole.”
Bisogna poi considerare attentamente la spirale di odio e violenza che l’occupazione militare del paese ha provocato. Secondo la prestigiosa rivista medica The Lancet (vedi il numero del 29/10/2004) almeno 100.000 irakeni sono morti a causa della guerra. La metà di essi di morte violenta e l’84% a seguito di azioni militari degli eserciti americano e inglese; solo il 4% a seguito di azioni della resistenza.
Il 31 marzo scorso,a Ginevra, in occasione della riunione annuale della Commissione per i diritti umani dell’ONU, davanti ai rappresentanti di 53 nazioni riunite in assise plenaria, il responsabile Jean Ziegler ha avuto parole durissime per le conseguenze che la guerra ha avuto sul paese e per quello che ha definito un massacro silenzioso e quotidiano. La Commissione ha monitorato le condizioni della popolazione irakena negli ultimi due anni, ossia dall’inizio dell’invasione americana in Iraq e dalla conseguente caduta del regime di Saddam Hussein, scoprendo che da allora nel nuovo Iraq il numero dei bambini malnutriti è pressoché raddoppiato. Ecco come Liberazione del 1° aprile scorso ha riportato il resoconto sintetico della relazione di Ziegler, professore di sociologia e uno dei maggiori esperti delle Nazioni Unite su questi temi:
Dagli ultimi dati raccolti dalla Commissione, emerge che al momento della caduta di Saddam Hussein il 4% dei bambini al di sotto dei 4 anni aveva gravi problemi di denutrizione. A due anni esatti di distanza, la percentuale di bambini che non hanno niente da mangiare è quasi raddoppiata, arrivando al 7,7%, e a poco valgono gli sforzi delle organizzazioni internazionali. Ai problemi di approvvigionamento del cibo, vanno poi aggiunte le malattie causate dall’impossibilità di avere acqua pulita e dalla mancanza di strutture sanitarie adeguate. Fattori che in Iraq, come nelle aree più povere del mondo, restano i principali responsabili delle morti infantili. La situazione in cui versano i giovani irakeni – ha poi spiegato il relatore alla commissione – ‘è il risultato della guerra condotta dalle forze della coalizione’.
Per potere contrastare la resistenza crescente del popolo irakeno le truppe USA sono costrette ad operare con metodi sempre più crudeli. Geert van Morter è un medico belga che ha trascorso lunghi periodi in Iraq:
“’Eliminare i terroristi’, è la parola d’ordine con la quale occupano intere città e paesi. Ho potuto vederne i risultati negli ospedali: molti civiie feriti e morti per effetto delle bombe (vale a dire, delle bombe a frammentazione), abbattuti nei controlli, durante le perquisizioni nelle case, per la strada. Ho potuto verificare che l’esercito americano è di per sé un fattore di insicurezza. I suoi soldati sparano contro tutto ciò che gli sembra sospetto. Anche contro le ambulanze, nonostante le prescrizioni della Convenzione di Ginevra. Un soldato al quale avevo chiesto di rispettarla mi ha risposto: ‘Questa ambulanza potrebbe essere stata piena di esplosivi’. Sanno che possono agire impunemente. E’ stato lo stesso Bush a darne l’esempio lanciando l’attacco preventivo contro l’Iraq. Nell’agosto del 2003 ho chiesto ad un agente della polizia militare che cosa avrebbero fatto vedendo degli individui sospetti fuggire: Mi ha risposto: ‘Li ammazziamo’. Quando un soldato americano uccide un irakeno, non si preoccupa neppure di fare un rapporto verbale. E, se è costretto a farlo, ‘ne adatta il resoconto sostenendo che quella persona fuggiva sparando’. Nel novembre 2004, durante l’assalto a Falluja, abbiamo visto in televisione un soldato americano mentre trascinava un ferito in una moschea. Il soldato non ci trovava niente di male. Questo tipo di azioni non è una cosa rara nell’Iraq occupato. Ma le immagini hanno fatto il giro del mondo, e, allora, quel soldato è stato costretto a rendere conto. Alla fine di febbraio l’esercito americano lo ha esonerato dal servizio.”
Ma questo metodi aumentano a loro volta l’odio contro gli invasori e il sostegno popolare alla resistenza e, ancora, la necessità per l’invasore di aumentare la propria brutalità in una spirale infernale che non lascia intravedere alcuna prospettiva.
“Ho visto l’orrore di ciò che stiamo facendo tutti i giorni in Iraq, ho preso parte ad esso. Siamo solo degli assassini. Uccidiamo continuamente civili innocenti irakeni: niente di più. Credo che bisogna ritirare immediatamente tutti i contingenti militari stranieri in Iraq. E’ quello che dico agli altri soldati, che, per evitare punizioni o rappresaglie da parte dell’esercito, non vogliono parlare e ammettere che la nostra missione non è quella di uccidere i terroristi ma civili innocenti.”
Sono le parole di Jimmy Massey di Waynesville, Carolina del Nord, sergente del 3° battaglione dei marines, che in una recente intervista al Manifesto ha deciso di infrangere il velo di silenzio che circonda la “nobile missione” in Iraq. Sempre più soldati americani rifiutano di continuare a vivere in questa spirale di follia. Come Camillo Mejia, figlio del leggendario compositore sandinista nicaraguese Carlos Mejia Godoy, che ha trascorso sette anni nell’esercito degli Stati Uniti e otto mesi combattendo in Iraq. Durante una licenza militare ha richiesto lo status di obiettore di coscienza ed è stato dichiarato prigioniero di coscienza da Amnesty International (vedi intervista a Masiosare, del 9 maggio 2004):
“Sono stato inviato in Iraq nell’aprile del 2003 e nell’ottobre sono ritornato negli Stati Uniti con una licenza di due settimane. Ritornare a casa mi aveva dato la possibilità di mettere ordine nei miei pensieri e di ascoltare ciò che diceva la mia coscienza. La gente mi faceva domande sulla mia esperienza di guerra e rispondendo tornavo a vivere tutti gli orrori: le sparatorie, le imboscate, la volta che avevo visto come trascinavano per le spalle un giovane irakeno sopra una pozzanghera del suo stesso sangue o quando il fuoco delle nostre mitragliatrici aveva strappato dal corpo la testa di un innocente. Rivivevo la volta che avevo assistito al crollo emotivo di un soldato che aveva ucciso un bambino, o quando un vecchio era caduto sulle ginocchia e gridava alzando le braccia al cielo, per chiedere a Dio perché gli avevamo portato via il corpo senza vita di suo figlio.”
Il quotidiano di Città del Messico La Jornada ha recentemente reso noto uno studio dell’esercito degli Stati Uniti, secondo il quale circa 100 mila soldati americani inviati in Iraq al loro ritorno sono costretti a sottoporsi a trattamenti psicologici per problemi di depressione, insonnia, attacchi di panico e altri sintomi di stress postraumatico.
Sempre più soldati americani in Iraq rifiutano di prolungare il periodo della loro ferma, dopo avere compiuto l’anno iniziale previsto dal contratto di ingaggio. E negli Stati Uniti ci sono ormai circa 5.500 disertori “ufficiali” e un numero crescente di obiettori di coscienza. Si stanno diffondendo inoltre in quel paese organizzazioni che sempre più pressantemente richiedono il ritiro immediato delle truppe americane, come quelle promosse dalle famiglie dei genitori dei soldati che combattono in Iraq e dei soldati veterani contro la guerra. Ecco un altro fattore che si era rivelato decisivo nella crisi del Vietnam: il crollo del morale delle truppe impiegate in combattimento aveva dato luogo da parte della gioventù americana ad una vasta contestazione del servizio militare, con episodi di vero e proprio rifiuto e anche di aperta ribellione.
Questo ampio movimento di opinione contro la guerra, che si sta diffondendo negli Stati Uniti, ha indotto 16 rappresentanti del partito democratico del Congresso degli Stati Uniti a richiedere – nello scorso febbraio - il ritiro immediato delle truppe dall’Iraq; ma, soprattutto, nella genuina spontaneità dei propri sentimenti, esso rappresenta la testimonianza concreta della situazione di crisi, anche sotto il profilo morale, in cui si trova oggi l’esercito americano in Iraq.
La farsa delle elezioni
E’ in questo contesto che Bush ha deciso di giocare la carta del processo elettorale. Di fronte alla profonda avversità dimostrata dal popolo irakeno nei confronti del governo Allawi e al sostegno massiccio dato per converso alla resistenza, attraverso le elezioni la Casa Bianca ha tentato, innanzitutto, di dare una legittimità a un nuovo governo del paese, mediante una più ampia base popolare. Questa operazione è stata possibile grazie alla complicità delle direzioni borghesi della minoranza curda, nel nord del paese, e di rilevanti settori della componente sciita, tra i quali l’ayatollah Sistani (principale autorità religiosa di tale componente in Iraq). E’ stato proprio l’ayatollah Sistani a invitare esplicitamente i propri seguaci a votare; egli ha anche apertamente sostenuto uno dei partiti che hanno partecipato alle elezioni. Nello stesso tempo ulteriori obiettivi del processo elettorale erano quelli di screditare agli occhi dell’opinione pubblica interna e internazionale la resistenza irakena, e, più in prospettiva, di dare una legittimazione a posteriori all’intervento militare e alla occupazione del paese, dopo lo smacco costituito dalla assenza delle armi di distruzioni di massa.
Dopo le elezioni la maggior parte dei giornali e degli uomini politici si sono subito affrettati a mettere in risalto l’elevata partecipazione al voto e l’esempio di democrazia dato dal popolo irakeno nei confronti dei cosiddetti terroristi. Dichiarazioni esultanti a questo proposito sono state fatte nei giorni successivi alle elezioni da Fassino; mentre Bertinotti sulle pagine di Liberazione ha dichiarato: “Ogni volta che un popolo riesce a votare è un’esperienza che va apprezzata”. Una dichiarazione non molto chiara; anzi ambigua per certi aspetti, anche se nella frase successiva si riconosceva che elezioni in stato di occupazione non possono definirsi libere.
In realtà le elezioni del 30 e 31 gennaio in Iraq sono state una vera e propria truffa. Ecco come il giornalista spagnolo Pascual Serrano ha descritto lo svolgimento del processo elettorale:
“Non hanno detto però che in tutta la campagna elettorale era proibito fare appello all’astensione, cosa lecita e legale in qualsiasi sistema europeo. Persino il giornalista indipendente Dahr Jamail, in un reportage intitolato ‘Chi non vota non mangia’ ha informato della circostanze che molti irakeni avevano denunciato che le autorità non avrebbero corrisposto la loro razione di cibo se non fossero andati a votare e che si sentivano minacciati dal fatto che il governo avrebbe potuto utilizzare contro di loro le liste dalle quali fosse risultata la loro astensione. Va ricordato a questo proposito che le liste elettorali vengono elaborate sulla base di quelle relative alla distribuzione degli alimenti”
Delegati dell’ONU hanno riconosciuto apertamente che i risultati delle elezioni sono meramente approssimativi, e che nessuno è stato in grado di fare delle verifiche. Durante tutto il processo elettorale i 192 osservatori internazionali dell’ONU sono rimasti nei loro alberghi a 5 stelle di Baghdad, essendo stato loro proibito di uscire per motivi di sicurezza. Ma se diamo per buona la cifra del 60% di partecipazione elettorale fornita dal governo irakeno, e se teniamo conto che solo il 60-70% della popolazione con diritto di voto è stata iscritta nelle liste elettorali, ne consegue che avrebbe votato solo un 35-40% della intera popolazione avente diritto. Ivi compresi gli 1.200.000 irakeni residenti all’estero, dei quali secondo il governo avrebbe votato il 94% degli iscritti nelle liste elettorali. Solo il 23% degli irakeni residenti all’estero è stato però iscritto nelle liste elettorali. Augusto Zamora, professore di diritto internazionale all’Università Autonoma di Madrid, ci fa notare anche la mancanza di credibilità di elezioni avvenute sotto l’occupazione militare straniera e ricorda che nel caso analogo di Timor Est l’ONU aveva posto come condizione per lo svolgimento delle elezioni la ritirata preventiva delle truppe indonesiane. Egli cita anche come paragone storico l’editoriale del New York Times del 4 settembre 1967:
“I dirigenti USA sono rimasti sorpresi e rincuorati oggi dalla grande affluenza alle elezioni presidenziali in Vietnam del Sud, nonostante la campagna terroristica dei vietcong per disturbare il voto. Secondo i bollettini di Saigon, l’83% dei 5,85 milioni di elettori registrati hanno votato ieri. Molti hanno rischiato le rappresaglie dei vietcong. Il successo elettorale è visto come una pietra miliare nella politica di Johnson… Le elezioni sono state il culmine di uno sviluppo costituzionale iniziato nel febbraio ’66, nel quale il presidente Johnson si è impegnato incontrando il premier Ky e il generale Thieu a Honolulu. Obiettivo del voto: dare legittimità al governo di Saigon fondato su colpi di stato e giochi di potere dal novembre ’63, quando il presidente Ngo Dinh Diem fu rovesciato da una giunta militare.”
Qualche mese dopo i Vietcong davano inizio all’offensiva del Tet, che avrebbe segnato l’inizio della sconfitta per l’esercito più potente del mondo.
La vera realtà del paese
Ma anche sotto il profilo dei risultati queste elezioni rischiano di aprire problemi notevoli. Innanzitutto per quello che concerne più in generale il delicato equilibrio “geopolitico” nella regione medio-orientale, col rischio di alimentare nuove tensioni tra gli USA ed alcuni stati limitrofi, come l’Iran e la Turchia.
Sono noti infatti i legami tra la coalizione sciita, vincitrice delle elezioni, e il governo di Teheran. Gli sciiti rappresentano circa il 60% della popolazione irakena, da sempre tenuti lontani dal potere, sia durante il periodo della monarchia che successivamente sotto il regime di Saddam Hussein, che è un sunnita. Al di là del facile trionfalismo, sarebbe più logico sottolineare che solo il 40-50% degli sciiti ha preso parte alle elezioni: questo dato è significativo, perché indica che metà della popolazione sciita, che rappresenta la maggioranza del popolo irakeno, ha ignorato l’appello del grande ayatollah Sistani. L’altra metà degli sciiti che è andata a votare, lo ha fatto in realtà nell’illusione che le elezioni avrebbero potuto servire come momento di avvio della ritirata delle truppe straniere e, quindi, con l’obiettivo della indipendenza del paese.
Tahrir (indipendenza) è la parola in nome della quale molti hanno votato domenica; non per la ‘democrazia’, come sostengono i mezzi di comunicazione occidentali, ma per la libertà: per essere liberi di parlare, di votare; per liberarsi dagli americani.” (Robert Fisk, La Jornada, Città del Messico, 2 febbraio 2005)
E’ ancora Dahr Jamail a spiegare le ragioni per le quali circa un 40-50% della popolazione sciita del paese ha accettato di andare a votare:
“Ciò che mai e poi mai è stato rivelato è il fatto che coloro che sono andati a votare, a prescindere dalla circostanza che siano stati il 35% od anche il 60% dei votanti iscritti nelle liste elettorali, non hanno votato per appoggiare l’occupazione permanente del paese da parte degli USA. In realtà sono andati a votare precisamente per la ragione opposta. Ogni irakeno con il quale ho parlato – tra coloro che hanno votato – è convinto che l’Assemblea Nazionale che sarà formata significherà la fine immediata dell’occupazione. Così come del resto promettevano i cartelloni elettorali, i quali trionfalmente annunciavano: ‘Fratelli irakeni, il futuro dell’Iraq è nelle vostre mani. Le elezioni sono il mezzo ideale per buttare fuori gli occupanti dall’Iraq’.”
Ne è conferma il sondaggio preelettorale fatto in Iraq nel gennaio scorso, dove si indicava che il 69% degli sciiti e l’82% dei sunniti erano a favore del “ritiro degli USA in breve tempo” (vedi l’editoriale di Noam Chomsky apparso su Liberazione del 29 marzo scorso).
Tutto sembra indicare invece che dopo le elezioni le truppe straniere continueranno la loro occupazione ancora a lungo. Gli USA hanno deciso infatti di incrementare la loro presenza fino a circa 150.000 soldati e le stesse autorità di fatto, sotto il pretesto della insicurezza e dell’attuale vuoto di potere, escludono una partenza delle forze di occupazione. La stessa posizione è stata assunta dalla gerarchia sciita che ha vinto le elezioni. In una dichiarazione riportata dal Washington Post del 3 febbraio scorso, Muhammad Juzai, uno dei portavoce sciiti, ha confermato che la sua coalizione non richiederà per il momento la partenza delle truppe di occupazione.
“Oggi continua ad essere attuale la domanda: ’Che cosa succederà quando sarà formata l’Assemblea Costituente e più di 100.000 soldati USA continueranno ad occupare l’Iraq e l’amministrazione Bush continuerà a rifiutare di presentare un programma per la loro partenza?”
A quel punto il grande ayatollah Sistani e gli altri suoi seguaci, vincitori delle elezioni irakene, dovranno rispondere alle aspettative deluse del popolo sciita, e soprattutto a coloro che li hanno votati nella speranza di ottenere per tale via l’indipendenza del paese.
Delle due minoranze che compongono il popolo irakeno, i sunniti, che rappresentano circa il 30% della popolazione, hanno massicciamente boicottato le elezioni. Anche se in minoranza, i sunniti sono circa 5 milioni di persone, molto bene organizzate, e controllano zone importanti del paese come la capitale, Baghdad, Falluja, Ramada e altre decine di città nella parte centrale dell’Iraq.
Su 30 milioni di persone che costituiscono l’intero popolo curdo, solamente circa tre milioni vivono nelle province più settentrionali dell’Iraq, dove sono il gruppo etnico più numeroso. Oppressi violentemente da Saddam Hussein, i loro attuali dirigenti borghesi, Barzai e Talabani, hanno sostenuto l’invasione americana, ottenendo in cambio una certa autonomia. Ciò aveva provocato la reazione del governo turco, che a suo tempo non aveva dato il proprio sostegno all’invasione statunitense e anzi aveva rifiutato che le truppe americane potessero passare sul proprio territorio. La Turchia teme infatti che l’autonomia dei curdi irakeni possa incoraggiare e sostenere la ribellione dei curdi che vivono nelle sue province; ha perfino minacciato di invadere con proprie truppe le province del nord dell’Iraq al minimo segnale in tal senso.
Anziché risolvere il problema della governabilità del paese, le elezioni aprono ulteriori divisioni tra le varie componenti del popolo irakeno e rendono ancora più precario l’equilibrio tra i vari paesi della regione. A ciò si aggiunge la recrudescenza delle azioni militari poste in essere dalla guerriglia: solo nel giorno delle elezioni vi sono stati 50 morti a causa di attentati; e altri 26 morti nei tre giorni successivi. Mentre le condizioni di vita del popolo irakeno peggiorano ogni giorno di più. Attualmente è difficile delineare quale potrà essere lo scenario postelettorale del paese. Di certo per gli irakeni sarà difficile accettare la presenza di forze di occupazione che hanno causato la morte di più di 100.000 civili; che hanno incarcerato, torturato e assassinato decine di migliaia di persone; che hanno imposto al paese un regime dittatoriale, che segue metodi altrettanto brutali di quello di Saddam.
Intanto negli ultimi giorni di marzo centinaia di operai irakeni del settore portuario hanno partecipato ad uno sciopero contro i maltrattamenti subiti da parte dei soldati americani distaccati nella zona della città di Bassora. La notizia è stata data dalla radio locale Radio Digla e riportata da Prensa Latina il 25 marzo scorso.
Il diritto dell’Iraq all’autodeterminazione
La ragione che tuttora giustifica l’occupazione del paese è che sarebbe immorale abbandonare il popolo irakeno nel corso di una violenta guerra civile, alimentata da estremisti e da terroristi che vorrebbero imporre al paese un regime simile a quello dei Talebani. In questa rappresentazione vi è senz’altro l’accettazione implicita dell’idea che gli USA rappresentano la “democrazia” e che coloro che si oppongono alle loro occupazioni militari sono esponenti del “terrorismo”.
Molto meglio dunque permettere alla volpe di entrare nel pollaio, affinché possa farsi carico della salvaguardia della vita delle galline. Altra rappresentazione consolidata è quella che la violenza dell’invasore sarebbe giustificata dal nobile fine della “salvaguardia della democrazia”; mentre quella che si manifesta nella resistenza di un popolo assoggettato ad una brutale dominazione è illegittima e per giunta “terrorista”.
Come diceva Trotski “Tra il proprietario di schiavi che con l’astuzia e la violenza li tiene incatenati, e lo schiavo che con gli stessi metodi spezza le proprie catene, nessuno se non uno spregevole eunuco potrebbe affermare che sono uguali di fronte al giudizio morale”. E anche Lenin attaccava con forza qualsiasi manifestazione di quell’atteggiamento radicato ai suoi tempi, che definiva lo “sciovinismo della grande Russia”. In base a tale attitudine i governanti della Russia zarista consideravano un diritto “naturale” mantenere sotto il dominio russo l’Ucraina, la Lettonia, la Polonia e altre nazioni. Oggi a ragione potremmo parlare di “sciovinismo statunitense”. La grande maggioranza della popolazione degli USA, ma anche degli altri paesi occidentali, è disposta infatti ad accettare che gli Stati Uniti possano imporre il loro potere su altri paesi e sulle istituzioni internazionali in nome della salvaguardia della democrazia e dei diritti umani.
Di fronte a tale realtà sia le forze di sinistra che lo stesso movimento pacifista si sono mostrati spesso disorientati e incerti sulla posizione da assumere, nonostante che il diritto alla resistenza di un popolo sottoposto all’occupazione straniera sia un principio riconosciuto anche dalla Carta dell’ONU. La questione è più semplice di quello che può apparire. In realtà si tratta solo di rispondere ad una domanda fondamentale: il popolo irakeno ha diritto alla propria autodeterminazione? Se ammettiamo che lo ha, ha anche il diritto di resistere, con i mezzi di cui dispone, all’occupazione da parte degli USA. Disconoscere tale diritto e, conseguentemente, rifiutare il proprio sostegno alla “resistenza”, viceversa, significa negare anche il diritto alla autodeterminazione. Il che equivale di fatto ad accettare il diritto degli USA a imporre la propria volontà al paese irakeno con la presenza delle truppe.
E’ una questione di principio, che vale indipendentemente dalle critiche di indirizzo politico che ognuno di noi potrebbe fare rispetto agli obiettivi, ai metodi e ai programmi delle varie componenti che operano nel contesto di un movimento di resistenza. Ma che vale anche – occorre dirlo per chiarezza – indipendentemente dalla affiliazione religiosa o politica di esse.
Per dirla con Trotski: “E’ questa, concretamente, la ragione per la quale nella contesa tra una repubblica civilizzata, imperialista e democratica e una monarchia arretrata e barbara in un paese colonizzato, come socialisti ci schieriamo dal lato del paese oppresso, nonostante che sia retto da una monarchia, e contro il paese oppressore, nonostante la sua “democrazia”. L’imperialismo nasconde i suoi stessi obiettivi – insediamento di colonie, mercati, fornitura di materie prime, sfere di influenza – con argomenti come “salvaguardia della pace contro le aggressioni”, “difesa della Patria”, “difesa della democrazia”, ecc. Tutte rappresentazioni false. Ed è un obbligo di ciascun socialista di non sostenerle, ma, al contrario, di smascherarle davanti ai popoli di tutto il mondo”.
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postato da metapolitica |
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11/04/2005
Dal forum di www.diorama.it
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gennaio 2005
Questione cecena e asse Parigi-Berlino-Mosca.
Egregio prof. Tarchi,
supponendo che non pochi, tra i lettori abituali di Diorama, siano rimasti particolarmente colpiti dall' articolo di Alain de Benoist in apertura dell' ultimo numero (mi riferisco a "Parigi-Berlino-Mosca: l' asse che fa tremare Washington") e dalla recensione - comparsa su "Diorama" di luglio-agosto a firma di Alessandro Sansoni, e ripresa da "Area" di settembre - del "caso editoriale" degli ultimi mesi ("Parigi, Berlino, Mosca. Geopolitica dell' indipendenza europea" del francese Henry de Groussevre), ho deciso di sottoporle alcune riflessioni in merito.
Il progetto di "un' altra Europa possibile", edificabile a partire dall' asse franco-russo-tedesco ed in alternativa ad un' "unione" mercantilistica e politicamente priva di personalità com'è quella di Bruxelles, è sostenuto convintamente dai "non conformisti" transalpini: ne hanno parlato, con uguale fervore e a più riprese, sia Charles Charpentier (si veda l' articolo "Viva l' Europa libera", peraltro pubblicato in periodo "pre-11settembre") che Alain de Benoist.
Da parte del movimento delle Nuove Sintesi italiano, invece, non sembra che tale eventualità abbia suscitato il medesimo interesse e - soprattutto - lo stesso entusiasmo. Il che mi induce a domandarmi (e domandarle) se questa maggiore "freddezza" sia dovuta alla sua personale visione dello scenario politico internazionale (che mi pare tendenzialmente più distaccata e disillusa rispetto a quella di de Benoist), o sia invece indicativa di uno scetticismo più profondo.
Il dubbio mi è sorto soprattutto in seguito ad un suo recente intervento sulla newsletter, dove paragonava la repressione russa in Cecenia a quella israeliana in Palestina e statunitense in Iraq: se da un punto di vista assolutamente "oggettivo" bisogna riconoscere che la Cecenia - paese di cultura, lingua e religione molto differenti rispetto alla Russia e all' Europa in generale - ha più di una ragione per reclamare l' indipendenza (o quantomeno una larga autonomia), non crede che, politicamente, abbiano visto giusto quanti affermano che il conflitto russo-ceceno è un' arma nelle mani dei più irriducibili nemici di un' Europa indipendente dal giogo atlantico?
A sostegno di questa tesi vi è più di una prova, non ultima la condanna, da parte dei governi "occidentali", del blitz ordinato da Putin contro i separatisti asserragliati nella scuola osseta. A tal proposito, c' è da ricordare che più fonti hanno accusato il Pakistan di Musharraf (principale alleato degli americani nell' area asiatica) di aver ospitato, addestrato e finanziato i vari nuclei della guerriglia antirussa, incluso quello responsabile della strage di Beslan. Vera o falsa che sia questa notizia, è certo che i governi di Londra e Washington appoggiano ormai da diversi anni la "causa cecena", offrendo asilo politico ai leader separatisti e cercando di mantenere accesi i riflettori su quella che è ormai la più vasta area di crisi riguardante una nazione europea.
Un illuminante esempio dell' uso strumentale e propagandistico del conflitto è dato dalla costituzione del comitato "Peace in Chechnya" ( www.peaceinchechnya.org ), tra i cui membri figurano alcuni dei "neocons" più influenti nell' attuale amministrazione americana: Elliott Abrams, Robert Kagan, William Kristol, Norman Podhoretz, l' immancabile "eminenza grigia" Richard Perle e il "guru" intellettuale Zbigniew Brzezinski. Proprio a Brzezinski, all' epoca consigliere di Carter, si deve l' elaborazione di un "piano di destabilizzazione dell' Unione Sovietica nell' area caucasica" del quale la polveriera cecena, a ben vedere, può rappresentare la naturale traduzione nella prassi. Ciò che resta da chiedersi è se l' eventuale perdita della Cecenia indebolirebbe la Russia (peraltro nuovamente impegnata in un braccio di ferro con gli Usa sulla ratifica del trattato di Kyoto) al punto da compromettere irrimediabilmente l' asse franco-russo-tedesco e, di conseguenza, l' autonomia del continente.
In caso contrario, è praticabile l' ipotesi di una nuova e più forte "federazione di stati" che, partendo proprio dal patto tra Francia, Germania e Russia/Est europeo, si integri con l' area mediterranea (Italia e Spagna) e i piccoli paesi (Benelux, Portogallo, Grecia) per "tagliare fuori" dalle vicende politiche continentali sia l' Inghilterra che la Turchia?
Cordialmente,
AC
L'intervento può sembrare datato, risalendo ad ottobre (mi scuso del ritardo nella risposta, dovuto alla pressione degli impegni professionali), ma merita tuttora una replica, seppur necessariamente rapida. Procedo sinteticamente:
1. Ho voluto presentare su Diorama le tesi di Alain de Benoist sull'asse russo-franco-tedesco perché le considero un significativo spunto di riflessione. E' vero che il mio sguardo sull'attuale contesto internazionale è fortemente segnato dal disincanto, ma non ho mai predicato l'appiattimento sui dati della realtà esistente. Quanto all'entusiasmo, con il tempo le riserve che se ne ha tendono ad esaurirsi; restano la passione e la volontà. Non sempre sufficienti a cambiare lo stato delle cose. Volendo scorazzare sui terreni dell'utopia, molte ipotesi di "altre Europe" migliori dell'attuale sono possibili. Tenendo i piedi sulla terra, credo si possa e si debba ragionevolmente partire dall'ipotesi di veder evolvere l'Unione Europea verso direzioni più apprezzabili dal nostro punto di vista. E su questo aspetto, la constatazione delle enormi differenze di interessi e di mentalità esistenti fra i contraenti del presunto patto euroatlantico mi pare la premessa fondamentale (tantopiù che persino fra i redattori di Diorama c'è chi apertamente ne dubita). Poiché quel che può fare un piccolo e isolato movimento di idee è dar corso a punti di vista capaci di trovare radicamento nella mentalità collettiva, a me pare che il più praticabile condotto di ingresso nel modo di pensare delle "classi colte" - le uniche che possono oggi fungere da traino di un progetto metapolitico di influenza sull'immaginario collettivo - sia questo. Perciò ci insisto molto. Ma si può e si deve riflettere su molto altro, inclusa l'ipotesi Parigi-Berlino-Mosca, che pure al momento mi pare destinata a rimanere nel limbo delle scelte geopolitiche degli attori che contano nel mondo.
2. Sulla questione cecena si possono avere, sulla base dei dati di fatto, due punti di vista. Uno che parte dalla coerenza delle premesse ideali del progetto a cui Diorama è legato e sottolinea il diritto di TUTTI i popoli all'espressione della propria autonomia culturale. Non vi è dubbio che, ponendosi in questa prospettiva, l'opposizione alla politica russa di repressione anti-cecena non può che essere drastica. Un secondo punto di vista punta, strumentalmente, a non indebolire un possibile partner di un'Europa indipendente dai voleri degli Usa, e accetta la suddetta repressione come un male inevitabile. Mutando lo scenario, questo è il punto di vista di quanti, a destra, hanno per decenni sostenuto tutti i governi di Israele, quali che fossero le loro politiche, di fronte ai palestinesi, perché costituivano un "baluardo dell'Occidente". Francamente, io sono realista nelle analisi ma idealista nelle ispirazioni, e rifiuto di piegare all'opportunità e alle contingenze i principi alla cui realizzazione affido la speranza di un mondo migliore. E sapere di essere in poco simpatiche compagnie nel difendere cause nelle quali mi riconosco non mi ha mai preoccupato. Non temo contaminazioni, e credo che nessun sincero non conformista dovrebbe temerne.
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31/03/2005
LA MINACCIA IRANIANA ALL’AMERICA, BOMBA O EURO?
dI DR. ELIAS AKLEH
Il pericolo che l’Iran rappresenta per l’America non sono i suoi progetti nucleari, le armi di distruzione di massa, o il suo sostegno alle “organizzazioni terroristiche”, come pretende l’Amministrazione Americana. No, il vero pericolo è rappresentato dal suo tentativo di modificare il sistema economico mondiale utilizzando il petro-euro al posto del petro-dollaro. Un tale cambiamento viene considerato, nei circoli americani, come una vera e propria dichiarazione di guerra economica che appiattirebbe i profitti delle aziende americane provocando anche un probabile collasso economico.
Nel giugno del 2004 l’Iran aveva manifestato la sua intenzione di creare un centro di scambio petrolifero internazionale (una borsa) basata sull’euro. L’iniziativa trovava il favore sia di molti paesi produttori sia di molti paesi consumatori. Secondo le dichiarazioni iraniane tale borsa potrebbe iniziare la sua attività agli inizi del 2006. Naturalmente questa borsa si sarebbe trovata a competere con la borsa petrolifera di Londra (International Petroleum Exchange – IPE-), e con quella di New York (New York Mercantile Exchange – NYMEX-), ambedue in mano americana.
I paesi consumatori oggi non hanno scelta e sono obbligati ad utilizzare il dollaro quale moneta di acquisto del petrolio, dal momento che si tratta dell’unica valuta accettata nel settore. Di conseguenza le banche centrali sono costrette ad alimentare le loro riserve mediante l’acquisto di dollari, rafforzando in tal modo l’economia americana. Se l’Iran, seguito da altri paesi produttori, fosse disposto ad accettare l’Euro al posto del Dollaro l’economia americana si troverebbe ad affrontare una vera e propria crisi. Un esempio di questa crisi la potremmo vedere alla fine del 2005, inizi del 2006, quando gli acquirenti di petrolio potranno scegliere fra pagare 57 dollari al barile a Londra (IPE) o a New York (NYMEX), oppure 37 euro alla borsa iraniana. Una tale possibilità avrebbe l’effetto di ridurre i volumi di affari delle due borse occidentali basate sul dollaro (IPE e NYMEX).
Alcuni paesi hanno cercato di studiare gli effetti della conversione da un dollaro sempre più debole ad un euro sempre più forte. La debolezza del dollaro è stata causata dal fatto che l’economia americana ha ridotto la propria base produttiva, esportando all’estero i propri impianti, con l’eccezione delle industrie delle armi, e affidando a paesi terzi la propria produzione. Ormai l’economia americana interna si fonda sui posti di lavoro nei servizi e sulle grosse spese necessarie per le due guerre che ha iniziato. Gli investitori stranieri hanno incominciato a ritirare i loro capitali, provocando un ulteriore indebolimento del dollaro.
Un semplice osservatore dei mercati valutari ha potuto veder come la svalutazione del Dollaro sia iniziata dal novembre 2002, mentre il potere di acquisto dell’Euro sia cresciuto fino a raggiungere quota 1,34 dollari. Con lo Yen giapponese il dollaro ha perso da 104,45 a 103,90. La sterlina inglese è risalita un po’: da 1,9122 a 1,9272.
I rapporti economici di questo mese (Marzo) hanno messo in rilievo la rapida caduta dell’economia americana e il costante aumento del deficit che è arrivato, alla fine del 2004, a 665,90 miliardi di dollari. E il peggio deve ancora arrivare. Questa situazione preoccupa i banchieri internazionali, che hanno fatto presente a Bush i loro avvertimenti.
La guerra economica dell’Iran è simile a quella di Saddam Hussein che, nel 2000, aveva convertito tutte le sue riserve di dollari in euro, richiedendo il pagamento del petrolio in euro. Gli economisti dell’epoca si fecero beffe di Saddam perché con la sua mossa aveva avuto ingenti perdite. Però gli stessi economisti furono molto sorpresi quando Saddam ha potuto recuperare tutte le perdite in meno di un anno, a causa della rivalutazione dell’euro. L’amministrazione americana era pienamente consapevole del rischio quando le banche centrali di altri paesi cominciarono a diversificare le loro riserve di dollari con l’euro e a formare un fondo per l’acquisto del petrolio con la stessa valuta (Banche centrali della Russia e della Cina nel 2003). Per evitare un collasso economico Bush si affrettò a invadere e a distruggere il paese, sotto falsi pretesti, per dare un esempio a quei paesi che avessero voluto abbandonare il Dollaro, e per cercare di influenzare le decisioni dell’OPEC avendo il controllo del secondo paese produttore. La vendita del petrolio iracheno è quindi tornata a essere quotata in petro-dollari.
Per utilizzare l’euro quale moneta di scambio dei prodotti petroliferi esiste un solo problema tecnico, e cioè l’assenza di uno standard di quotazione dei prezzi in euro, un “indicatore” del petrolio, come viene utilizzato dagli industriali del settore. Gli attuali tre indicatori utilizzati sono tutti in dollari, sono il West Texas Intermediate Crude(greggio) (WTI), il Norway Brent crude, e il UAE Dubai crude. Però questo non ha impedito all’Iran di richiedere il pagamento in euro nelle sue vendite di petrolio all’Europa e all’Asia, sin dalla primavera del 2003.
La determinazione dell’Iran di utilizzare il petro-euro risulta invitante anche per altri paesi come la Russia e i paesi del Sud-america, come anche per l’Arabia Saudita, dato il recente deteriorarsi dei rapporti USA/Sauditi. Allo stesso tempo questa decisione ha anche provocato una politica americana sempre più aggressiva che utilizza le stesse scuse usate contro l’Irak: armi di distruzione di massa sotto forma delle ricerche nucleari, aiuto all’organizzazione “terroristica” degli Hezbollah, e minacce alla pace in Medio Oriente.
Il problema adesso è: come reagirà l’amministrazione americana? Invaderanno l’Iran come per l’Irak? Però l’esercito americano è impantanato nella palude irachena. La comunità internazionale, ad eccezione dell’Inghilterra e dell’Italia, non vuole offrire nessuna aiuto militare. Un attacco militare all’Iran risulta pertanto molto improbabile. L’Iran non è l’Irak; ha un esercito molto più robusto. E’ fornito di missili anti-nave basati nell’isola di “Abu Mousa” che controlla lo stretto di Hermuz all’ingresso del Golfo Persico. L’Iran è in grado di chiudere lo stretto bloccando tutto il traffico navale petrolifero che rifornisce il mondo intero, provocando così una crisi petrolifera mondiale. Il prezzo del petrolio potrebbe facilmente arrivare a 100 dollari il barile. Gli USA non possono rovesciare il regime di Teheran provocando il caos come hanno già fatto nel 1953 con Mossadeck, dal momento che gli iraniani ormai conoscono il trucco. In più gli Iraniani nutrono un orgoglio patriottico riguardo a quello che essi chiamano “la nostra bomba”. L’America si è dovuta rivolgere al suo figlioccio militare, Israele, per istigarlo e incoraggiarlo a colpire gli impianti nucleari dell’Iran, come fecero con l’Irak. Secondo indiscrezioni gli Israeliani si stanno esercitando a colpire i reattori iracheni per un prossimo attacco previsto per giugno. Israele ha paura della bomba iraniana. Una bomba atomica “islamica” rappresenta una grossa minaccia per l’egemonia militare israeliana nel Medio Oriente. La sua esistenza può provocare qualche concessione da parte di Israele oltre a una corsa agli armamenti che può impegnare tutte le spese israeliane per la difesa. Peggio ancora la presenza della bomba può obbligare gli USA a intavolare dei negoziati con l’Iran che potrebbero limitare ancor di più le ambizioni espansioniste di Israele.
L’Iran ormai ha fatto grossi sforzi e investito molte risorse per soddisfare le sue ambizioni nucleari e non è certo disposta ad abbandonarle, come risulta anche dalla sua retorica politica. A differenza dell’Irak l’Iran non rimarrà inerte di fronte a un attacco di Israele contro i suoi siti nucleari. Sicuramente reagirebbe in modo aggressivo con la destabilizzazione dell’intera regione medio orientale, compresi Israele, gli Stati del Golfo, l’Irak e anche l’Afghanistan.
Dr. Elias Akleh
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26/03/2005
Tratto da Umanità Nova, numero 11 del 27 marzo 2005, Anno 85
La violazione dei "diritti" umani all'epoca della guerra permanente.
La normalità dell'eccezione.
Il noto detto "A la guerre comme à la guerre" intende significare l'illimitatezza (materiale e morale) del dispiegamento di ogni mezzo disponibile per ottenere la vittoria finale che dovrà ripristinare la pace, ossia il deserto im/posto dal vincitore di turno, come osservava Tacito a proposito della pax imperiale dei Romani. Tuttavia è anche corretto affermare che l'assenza di ogni limite - al di là, beninteso, delle risorse disponibili che non sono infinite per definizione, come ogni realtà umana - non si dà sempre e comunque; anche prima delle Convenzioni dell'Aja del 1907 e di Ginevra del 1949 che regolava lo jus in bello - ossia la condotta legalmente lecita ai sensi del diritto internazionale pattizio e consuetudinario, con tutti i limiti di tale diritto senza sanzione legale, come si evidenzia in ogni eccezione: Guantanamo, Abu Ghraib, My Lai, ecc. - esistevano precetti morali che ritualizzavano lo scontro fisico sino a morte quale è la guerra. Basti pensare ai tornei, alle guerre per esibizione di forza, piuttosto che per dispiegamento, almeno sino alla carneficina di Solferino e San Martino del 1859, dove l'ammontare spropositato di morti fu dovuto alla assenza di cure mediche per i feriti, il che diede l'occasione della nascita della Croce Rossa Internazionale.
Le buone maniere in guerra
Intendo dire che, nel tempo, si è venuta consolidando, ahinoi!, anche una civiltà delle buone maniere di fare una guerra, spesso adeguata al livello tecnologico degli armamenti (almeno dopo aver superato lo sgomento dell'innovazione e il vantaggio comparativo dell'innovatore: l'invenzione della staffa per la cavalleria leggera, gli elefanti di Annibale come prototipi di carri armati, la polvere da sparo per i fucili a retrocarica monocolpi, la balistica astronomica con ricadute sull'artiglieria pesante, ecc.). Questi precetti morali condivisi impediscono di uccidere un ferito come norma usuale, ossia proprio perché un simile evento si dà in guerra come eccezione stigmatizzata a posteriori, è possibile parlare di jus in bello, anche senza istituzionalizzare tali precetti in norme giuridiche che, spesso, lasciano il tempo che trovano, seppure vengono utilizzati per mobilitare opinioni pubbliche, qualora esistenti, contro gli effetti fisiologici della guerra, ossia la legalizzazione di quella che verrebbe considerata comunemente una strage, una lunga serie di omicidi coperti dallo stato.
Non è un caso che a partire da tali precetti, si è potuto arrivare ad una posizione pacifista o antimilitarista radicale, quando si è aperta una breccia nell'immaginario pubblico che non ha legato più l'evento guerra a un qualcosa di necessario e naturale perché sempre esistito. La sua "umanità" la rende disponibile ai voleri strategici di individui e istituzioni, strategie di dominio e controstrategie anche di resistenza. Niente più dio o la natura dell'uomo, ma solo calcoli, interessi, passioni (nazionalismo, patriottismo, meglio: sciovinismo razziale), dettano la scansione degli eventi bellici, che nei secoli e nella nostra civiltà si sono progressivamente incanalati entro binari di scorrimento fisiologico in cui un certo resistere morale e politico, poi tradottosi anche in giuridico, ha cercato di spostare una soglia del lecito frapponendo ostacoli al libero dispiegamento della volontà di potenza brutalmente coniugata, oggi, con armi di sterminio di massa in cui difficile risulta, ad esempio, distinguere belligeranti armati che diviene lecito neutralizzare sino alla morte, e civili inermi da risparmiare alla carneficina.
L'arretramento della soglia dell'eccezione
Questo standard rende eccezionale quello che poco tempo prima appariva normale, cercando di far arretrare tale soglia dell'eccezione, che però in quanto tale sussiste come primato della violenza del più forte. La dissimulazione di tale standard è evidente nella doppiezza tipica dei più forti: consapevoli di poter dominare la soglia di eccezione tollerabile e tollerata momento dopo momento, l'adesione fittizia a tali canoni porta la superpotenza di volta in volta egemone a esigere, per sé e a proprio vantaggio, il rispetto puntuale delle norme umanitarie da parte altrui, così imbrigliandolo, lasciandosi al contempo mano libera, per sé e a proprio favore, per eccedere ogni qualvolta lo ritenga opportuno, e per giunta sottraendosi al giudizio morale.
Infatti la ragione invocata di forza maggiore è figlia immediata di una concezione discriminatoria che disumanizza il nemico, assimilandolo a una bestia estranea al consesso civile pure in tempo di guerra. Così si giustificano, in piena espansione coloniale, le stragi e i genocidi degli indios al tempo stesso in cui la guerra sul suolo europeo tra le medesime potenze del XVI secolo erano scandite da quel che oggi potremmo chiamare fair play - senza genocidio, il che non impediva certamente che un terzo della popolazione allora tedesca fosse decimata dalla guerra dei trent'anni e dalle pandemie che inesorabilmente seguivano i massacri militari e mercenari.
Un nuovo ricongiungimento tra guerra e discriminazione umana
Guantanamo, Abu Ghraib, Afghanistan, e via continuando denunciano una cifra dell'epoca che stiamo vivendo: il ricongiungimento ora palese, prima dissimulato, del legame tra guerra e discriminazione disumana che tipicizza ogni volontà di potenza che aspira al dominio proprio perché si sente gerarchicamente superiore non solo e non tanto da una prospettiva di carico di violenza disponibile, quanto e soprattutto da una visione morale in senso ampio, che ricomprende una concezione immaginaria, religiosa, antropologica. Anche oggi i diritti umani e l'intervento umanitario si prestano, sin nella loro essenza costitutiva, per così dire, a farsi risucchiare in questo dispositivo di dominio che non può non essere doppio per definizione, in quanto ogni relazione gerarchica di dominio pone la propria autorità - conquistata a forza e giustificata con retoriche di legittimità - al di sopra dell'altro essere umano, con la velleità ipocrita di condurlo verso la civiltà di cui è unico portatore in esclusiva, e quindi alla sua altezza. Proprio in quel momento, per prevenire un potenziale concorrente, lo sopprime per meglio dominare.
Salvo Vaccaro
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23/03/2005
14.03.2005
I nostalgici del sultano.
di Franco Cardini
Il millet. Il termine millet era usato nell’impero Ottomano e in genere nel mondo musulmano per qualificare una comunità separata, che aveva una sua propria legislazione, godeva della protezione del sultano ed apparteneva ad una religione che non era quella musulmana ma che era comunque ammessa dal diritto islamico: cioè la ebraica o la cristiana.
Dal proprio millet non si poteva uscire e si veniva giudicati secondo l’appartenenza ad esso. Nell’attuale situazione politica italiana deve esserci qualcuno nostalgico del governo sultaniale.
Qualcuno che ritiene le appartenenze qualcosa di definitivo e di chiuso. Ad esempio, quelle appartenenze che vengono determinate e qualificate da etichette politiche.
Etichette politiche che peraltro vengono assegnate spesso arbitrariamente, secondo i comodi di chi le attribuisce.Vi faccio un caso che conosco bene. Il mio. Fiorentino, 65anni, una decorosa carriera di docente universitario con qualche buona esperienza all’estero, una visione politica delle cose radicata nella fede cattolica, sensibile alla dottrina sociale della Chiesa, una coscienza europeistica sviluppata già fin dalla adolescenza, un forte senso dell’appartenenza nazionale e dello Stato. Con questi presupposti, nella mia adolescenza segnata dal ritorno di Trieste all’Italia e dalla rivoluzione ungherese del 1956, non ci si stupirà se, giovane, scegliessi di militare nelle file del Movimento sociale italiano. Ho abbandonato quel partito a metà degli anni ’60 e da allora non ho più avuto tessere di partito in tasca. Ho continuato però a occuparmi di politica, a scrivere sui giornali, ad approfondire la mia coscienza europeistica e il mio forte senso sociale. Sono senza dubbio un uomo d’ordine. Sono anche convinto che lo «Stato sociale» sia stata una delle migliori conquiste del ventesimo secolo. Una di quelle conquiste alla quale hanno acceduto sia pure in modo diverso, tutti i sistemi politici che tale secolo in tempi diversi hanno dominato: fossero essi liberali, fascisti o socialisti. Sono per questo un uomo «di destra»? Credo che mi si possa definire tale a patto che si ricordi che vi sono molti modi di stare «a destra». Certo mi è estranea la destra dei violenti, dei razzisti e dei picchiatori. Non ho mai avuto niente a che farci, anche quando militavo in un partito che non ne era immune. Certo mi è estranea la destra dei liberal-liberisti che propugnano oggi il turbo capitalismo. Per il resto, evidentemente, la mia avventura politica è come quella di tutti gli altri: ho la tendenza, che credo giusta, a considerarmi sempre in grado di rimettermi in discussione. Anche per questo non ho mai rinunciato né negato la mia collaborazione e il mio dialogo a nessuno. Mi capita di scrivere sui giornali di sinistra come sui giornali di destra: mi fa piacere parlare con tutti, non credo che in politica esistano i paria né i lebbrosi. L’importante è che mi si lasci dire quello che ritengo giusto: se si tiene conto di questa mia necessità, io dialogo con chiunque.
Queste posizioni, ho cercato di mantenerle con coerenza sino ad oggi. Qualcuno si stupisce se io, che conosco bene alcuni ambienti legati all’attuale destra di go |